Tutti in ospedale

Da tutta la settimana stavamo cercando di trovare un medico specialista per operare il signor Lipresan. Finalmente siamo riusciti a “prendere appuntamento” all’ospedale di Petite-Goâve, una vicina cittadina a 20 km da Miragoâne, dove per un giorno ogni due settimane è presente uno specialista venuto dalla capitale. Ci accompagna anche Chelo, nostro fidato aiutante. Il nostro ingenuo piano è quello di riuscire a dare sollievo a Lipresan con il piccolo intervento in mattinata per poi tornare nel tardo pomeriggio per una formazione con un gruppo di giovani ragazze.

Appena arrivati all’ospedale diventa però presto evidente che non sarà tanto facile: il dottore non è ancora arrivato, una sfilza di pazienti è già in attesa da ore e alla ricezione non hanno la carta per scrivere … Riusciamo però a far capire alle infermiere che il nostro caso dovrà essere trattato con una certa priorità e per fortuna un gentile signore “tuttofare” prende a cuore il nostro caso e ci aiuta. Lipresan deve poi assolutamente fare pipì e finisco per fargliela fare nel giardinetto dell’entrata, ma non è l’unico. Finalmente, dopo 2 ore, il medico arrivato e visita frettolosamente Lipresan. Ci dice che lo opererà dopo che avrà visitato tutti i pazienti. Prescrive una serie di esami di routine, però impossibili da effettuare nel laboratorio dell’ospedale, per cui facciamo il giro di vari laboratori privati lungo la strada per trovarne uno che possa consegnare i risultati in tempo utile.

Ci viene poi consegnata la lista di tutto il materiale da acquistare per l’intervento: guanti sterili, fili da sutura, bisturi, infusioni, siringhe, garze, ecc. così come alcuni medicamenti necessari, per cui ripartiamo per un giro delle farmacie lungo la strada, senza dimenticare le lenzuola per il letto … La tariffa per l’operazione è già stata pagata, ma … una sostanziosa fetta di parcella, ovviamente da passare sottobanco e senza ricevuta, è stata aggiunta dal medico … brutta sorpresa per noi, che ingenuamente credevamo di avercela quasi fatta e che ormai avevamo già speso tutti i soldi a disposizione! É ormai notte e Lipresan sofferente nel letto sarebbe il prossimo in lista d’attesa per l’operazione.

Nel frattempo scopriamo la vita nella stanza dei pazienti in cura assistiti dalle loro famiglie: c’è chi ascolta musica, chi cucina, ci chiacchiera o cerca difficilmente un po’ di tranquillità. L’infermiera arriva per preparare Lipresan e sembra prendersela con noi perché nella grande stanza non funziona la luce. Deve mettergli una flebo, ma subito ci manda ad acquistare del nastro adesivo che non figurava sulla lista che avevamo ricevuto … Quando finalmente c’è tutto, illuminiamo Lipresan con la luce del cellulare, ma il primo tentativo di infilare l’ago fallisce. «Cavolo, ora dovremo andare a comprarne un’altra » penso, ma la Miss (così vengono chiamate le infermiere qui) con noncuranza riutilizza al secondo tentativo l’ago che aveva posato sul sudicio letto vicino!

Siamo ormai esausti, ma non abbiamo ancora perso la speranza, anche perché un paziente esce finalmente dalla sala operatoria e finalmente sarebbe il turno di Lipresan. Sul più bello, il simpatico chirurgo dice però che in sala non c’è niente che funzioni e rinvia l’operazione a domani mattina … botta morale! Inoltre dobbiamo tornare a casa per prendere il resto dei soldi altrimenti non verrà operato … Decidiamo così di andare e lasciarlo solo, ma quando lo comunichiamo all’infermiera sembra che abbiamo detto un’eresia! E se succede qualcosa ? Se non si sente bene? In realtà qui sono gli accompagnatori che si occupano di tutto, le infermiere fanno solo delle sporadiche e superficiali comparse.

Chelo decide di restare a vegliare su Lipresan, così, accompagnati da un senso di colpa, torniamo a casa completamente scornati. Alla mattina ci alziamo presto e appena arriviamo in ospedale il “tuttofare” (ha aperto la barriera quando siamo entrati in auto e poi aiuta il medico in sala operatoria!) ci chiede senza troppe inibizioni di pagare a lui la parcella per il medico: solo quando avrà la somma in mano avviserà il chirurgo … O paghi o muori, questa è la triste realtà. Lipresan deve attendere ancora un’ora così intanto lo laviamo, con un catino che una famiglia ci da in prestito.

Il medico finalmente si fa vivo e controlla se abbiamo preso tutto il necessario per l’operazione, ci dice non manca niente. Peccato che poco dopo essere entrato in sala operatoria, il “tuttofare” comincia a tartassare la Mery con una lista di cose che bisogna ancora comprare: betadine, siringhe, … all’ennesima richiesta vedo la mia dolce metà un tantino alterata, ma per fortuna è l’ultima.

Mentre attendiamo durante l’operazione parliamo con alcuni famigliari di pazienti. Una giovane donna ci dice che sono 8 giorni che assiste suo cugino con il resto della famiglia vivendo 24/24h in ospedale ormai trasformato in una specie di campeggio. Si dorme per terra, si lavano i panni, si cucina, si pulisce, si buttano i rifiuti, si canta e balla, tra pazienti sofferenti e meno. Pian piano i parenti presenti diventano parenti di tutti formando un’unica grande famiglia. Non capiamo come possano le famiglie trovare il tempo e i soldi per svolgere questo incredibile servizio, che a livello di compagnia è probabilmente meglio delle nostre asettiche cure high-tech. A livello medico siamo invece nella preistoria: i pazienti, e le loro famiglie, sono di fatto abbandonati a loro stessi, se sono fortunati un’infermiera passa per una breve visita una volta al giorno allungando una prescrizione di qualche medicamento che i parenti dovranno comprare (una flebo, un antidolorifico, un antibiotico che può variare nel tipo e nel dosaggio secondo la giornata e secondo le conoscenze delle infermiere).

Terminata l’operazione viene a parlarci l’anestesista, un gentile cubano. «Come fai a lavorare qui? » gli chiediamo, « Mi piace! » è la sua semplice, ma sconcertante risposta. « Tutto è andato bene, ma il paziente dovrà restare in ospedale fino a domani! » ci comunica. Non se ne parla, a casa nostra starà 1000 volte meglio, pensiamo. Alla fine compare anche il nostro “amico” specialista che dopo aver intascato la sua « parcella » finalmente è gentile e ci sciorina una lista di esami e interventi che dovrebbe fare in futuro Lipresan …

Dato che l’anestesista ci dice di aspettare almeno 6 ore, ci rassegniamo, ma alle 17:00, dopo un pomeriggio interminabile di attesa, non si vede un’anima. L’infermiera aveva fatto la sua ultima apparizione verso le 13.00 e ovviamente le uniche altre 2 infermiere presenti nell’ospedale in maternità e in pronto soccorso non sono responsabili … Per uscire dall’ospedale ci vuole però una carta firmata dall’infermiera per dimostrare che abbiamo pagato il letto, ma ormai in pratica l’ospedale è autogestito… decidiamo così per un’azione corsara, carichiamo Lipresan sulla jeep e via, scappiamo verso casa nostra dov’è sicuramente starà meglio!

Dopo una breve convalescenza è tempo per il nostro paziente di tornare a casa sua, anche se secondo noi sarebbe un perfetto candidato per la casa anziani … peccato che qui non esistano! Una riflessione sorge spontanea: il lavoro svolto da tutto il personale sanitario nel nostro paese è incredibile, immenso e tutt’altro che scontato … Grazie a tutti quelli che dedicano il proprio tempo alla cura dei malati!

5 pensieri su “Tutti in ospedale

  1. Maurizio

    Complimenti. Come si dice ad Haiti: “Avèk pasyans na wè trip fourmi”. Tuttavia agli occhi di noi europei è un racconto surreale, quasi inimmaginabile che si possa vivere in questo modo. Colpisce molto la solidarietà tra le famiglie dei pazienti accostata alla cupidigia dei dipendenti dell’ospedale. Qual è la vostra sensazione dopo una simile esperienza: impotenza, rassegnazione o ribellione?

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  2. Maurizio

    P.S. La mia sensazione attuale è quella di schizofrenia: il vostro messaggio, accompagnato dalle fotografie desolanti (a parte il bel sorriso del signor Lipresan sull’ultima), sul mio computer è intercalato dalle immagini pubblicitarie di Svizzera Turismo, che presentano paesaggi innevati e immacolati, terme dalle acque cristalline, e alberghi di lusso immersi in una natura splendente…

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  3. Mauro

    Il giorno del mio compleanno… la vostra esperienza mi fa tornare al 1984 quando con Rosalba eravamo a Barranquilla… con i malati del Barrio Los Olivos era la stessa cosa. Corse con la jeep da una farmacia all altra per trovare i medicamenti e poi all ospedale… e alla fine anche pagare per far uscire il paziente, che praticamente era un ostaggio! E le famiglie che portavano il cibo… le stesse situazioni che abbiamo poi vissuto in Africa e in India… . Altre riflessioni seguiranno! Cari saluti papà

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  4. Sandro

    Cosa possiamo dire dopo quanto abbiamo letto? Niente sicuramente, ma non per questo possiamo dimenticare che queste cose accadono oggi in tante parti del mondo mentre noi viviamo “felici e contenti” malgrado il Coronavirus. Grazie a Seba e Mery per offrirci momenti e spunti di riflessione. L’amico Giorgio Galli che mi ha portato in Brasile con gli scaut di Massagno in occasione di due campi di lavoro mi ha scrive che “ho imparato che il vero amore sta nel saper condividere e crescere assieme”.

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    1. Grazie Sandro per le tue sempre belle riflessioni. È proprio vero che nonostante le oggettive difficoltà dovute al Coronavirus, nonostante tutto in Svizzera certe cose non succedono e quindi le diamo per scontate. Poi quando ti capita di viverle, come nel nostro caso, ci si rende conto della nostra cecità verso i veri grandi problemi del mondo…

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