Il pensiero magico

Ogni lunedì e martedì mi reco all’ambulatorio di Madian per dare una mano all’équipe locale. Le visite si susseguono rapide, i pazienti sono sempre numerosi e i casi più o meno gravi. Oggi vi voglio raccontare di un caso che ci ha fatto riflettere su vari aspetti della cultura haitiana. 

Ad Haiti trovare un paziente con sospetto di tubercolosi fa parte della routine, perché questa patologia è molto diffusa nelle comunità e rappresenta un grave problema di salute pubblica. Fortunatamente il ministero della salute, con il sostegno e i finanziamenti dell’OMS, si impegnano molto per permettere anche ai piccoli centri come il nostro di aiutare i pazienti con una diagnosi rapida e ben fatta, distribuendo regolarmente e gratuitamente i medicinali e seguendo i pazienti e le rispettive famiglie per mesi. 

Il laboratorio dell’ambulatorio attrezzato in modo semplice, ma funzionale.

Poche settimane fa, un giovane pescatore è venuto all’ambulatorio di buon ora. Già a prima vista si nota la sua fatica per fare qualche passo, è stanco, senza fiato e davvero magro. Bastano poche domande e una rapida visita per comunicare alle infermiere il sospetto di tubercolosi e avviare gli esami. Qui, malgrado i pazienti possano guarire e le cure siano gratuite, parlare di quest’infezione è un tabù. Per questo, fin che non si è verificata la diagnosi al microscopio non si può nominare la tubercolosi, il rischio sarebbe quello di perdere il paziente, che impaurito non si ripresenterebbe. Il giorno seguente, grazie agli occhi esperti dell’infermiera, che da più di 10 anni analizza i vetrini al microscopio, la diagnosi è stabilita. Dopo meno di 24 ore dalla sua prima visita al centro il paziente riceve tutte le spiegazioni e i primi blister di medicamenti, tornerà tra una settimana per un primo controllo e porterà con se anche i suoi due bambini piccoli che dovranno essere sottoposti a profilassi. A prima vista, sembra aver capito le spiegazioni delle infermiere sulla malattia, la terapia e la sua durata (6 mesi). In parallelo, in un ospedale vicino facciamo eseguire un esame speciale per escludere che la forma di tubercolosi sia resistente alla terapia standard. 

I giorni passano, ma purtroppo il paziente non si presenta né da notizie di sé e dei bambini. Arriva il risultato del test supplementare: purtroppo la sua forma di tubercolosi è resistente ai farmaci di prima linea. Le infermiere, che ne hanno già viste tante, non si danno per vinte e dopo numerosi tentativi vani tra appuntamenti sul genere “Je viendrais demain, si Dieu veut” e telefonate a vuoto visitano il paziente a casa. Trovano una comunità molto povera, con tantissimi bambini che girottano per strada perché ormai le scuole sono chiuse a causa della pandemia di Covid-19 … E il paziente? È scappato dalla moglie in capitale lasciando i due bambini piccoli ai genitori anziani, non vuole parlare con nessuno e rifiuta la terapia. Già, mi racconta il padre, anziano contadino con mani e piedi consumati da anni di lavoro nei campi, il viso segnato dalla fame e le lacrime agli occhi, perché lui non crede alle medicine dei dottori, ma è andato a farsi curare dal bokor, che gli ha prescritto delle foglie. L’anziano ha già speso tutti i suoi averi per andare a riprendere il figlio a Port-au-Prince, è stato cacciato dal figlio, che malgrado si sia molto aggravato, si rifiuta di tornare per farsi curare … Le nostre parole di conforto e sostegno non bastano per consolare il papà e nonno ferito. Continueremo a rimanere in contatto con lui, daremo la profilassi ai bambini e segnaleremo il caso di tubercolosi resistente ai responsabili in capitale. 

Il cuore è triste e amareggiato. Anche questa è la povertà. Aldilà della sfiducia nella medicina “moderna”, questa storia ci fa capire come la cultura, l’educazione e le condizioni di vita della gente siano fortemente condizionati e guidati da un pensiero magico, ai nostri occhi illogico, ma qui estremamente potente. Secondo la cultura haitiana, profondamente plasmata dalla religione vudù, le malattie si suddividono in varie categorie, per ognuna delle quali serve un certo tipo di trattamento: con la medicina “occidentale”, con un doktè-fèy (guaritore tradizionale), con un ougan (sacerdote vudù) oppure un bokor (stregone vudù). Abbiamo l’impressione che di fronte a una malattia contagiosa, concetti come il bene e la salute della comunità, che in tempo di pandemia più che mai stiamo sperimentando, in questa cultura non sembrano avere peso. Ci rimane da sperare che il giovane pescatore, una volta guarito dalla maledizione e liberato dagli spiriti malvagi, torni dalla sua famiglia e decida di farsi aiutare anche dalle infermiere, che lo accoglieranno con il sorriso.

Il team di Madian quasi al completo. Al centro Marie Françoise, responsabile del programma tubercolosi e HIV.

4 pensieri su “Il pensiero magico

  1. Maurizio

    È bello vedere che nonostante tutte le difficoltà sia voi sia le infermiere non perdete mai la speranza. Ho scritto speranza, che è differente da ottimismo. L’ottimismo è il cercare di convincersi che “andrà tutto bene”. La speranza è la convinzione che quello che si fa ha un senso, al di là di poi come andrà a finire (non sono parole mie, le ho rubate a Vàclav Havel). Grazie per i vostri racconti che riempiono le giornate di pensieri profondi e tengono desta la speranza.

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    1. Mery

      Caro Maurizio, grazie per la fedeltà con cui leggi e commenti i nostri racconti. Nel quotidiano, di fronte alle situazioni che incontriamo, come dici tu cerchiamo di mantenere un sentimento di speranza, altrimenti sarebbe facile scoraggiarsi … La realtà della vita qui, specialmente dopo l’ultimo anno di crisi, è troppo dura per la gente per essere ottimisti, ci impegniamo così ad essere realisti, cioè mantenere i piedi per terra restando positivi. Oggi per esempio una buona notizia: la responsabile dipartimentale per la tubercolosi è venuta a visitare il centro, studiare il dossier del paziente, prendere tutti i suoi dati e mettersi sulle sue tracce!

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  2. mauro

    Spesso le tradizioni popolari se non contestualizzate sono peggiori di qualsivoglia virus. E non basta una generazione per far cambiare idea. Occorre una presenza continua e un lavoro in profondità, cominciando dalle scuole, per avere dei risultati in futuro. Bisogna seminare oggi per raccogliere….Comunque bisogna seminare e non scoraggiarsi” Auguri.

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    1. Mery

      Caro Mauro, siamo contenti che tu segua anche questo blog! Ci siamo accorti in questi mesi che paradossalmente sono proprio le generazioni più giovani, che sono in qualche modo anche collegate al resto del mondo con gli smartphone, a credere di più a magie, spiriti e stregoni … Questo anno scolastico è davvero stato molto sfortunato … e la mancanza della scuola e dell’educazione per bambini e giovani si fa sentire! Ma seminare è la nostra attività preferita e a questo proposito ricordo Suor Paula in Tchad quando raccontava di anni passati ad accompagnare i bambini della brousse: “Questo è il tempo della semina, un giorno forse qualcuno raccoglierà …”

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